martedì 3 settembre 2013

LA LUNA E LA VECCHIA CASCINA

LA LUNA E LA VECCHIA CASCINA




Ad otto anni bisognava possedere una cerbottana in ottone, acquistavamo i tubi per appendere i lampadari, erano molto efficaci, ma di lunghezza non superiore ai 60 cm e di calibro non sufficiente per causare danni seri ai nostri “nemici” tuttavia con l'utilizzo di stucco bianco, quello che si usava per sigillare le botti, dalla distanza di tre o quattro metri si potevano lasciare delle belle “bolle” di un bel rosso vivido sulle gambe dei malcapitati aggressori.

La fionda era perà l'arma principale per la caccia grossa, lucertole e ramarri potevano essere colpiti e catturati, serviva una bella biforcazione fra due rametti, la quercia era il legno più ricercato, la mia fionda era di robinia, non ha mai tirato bene per via di una leggera asimmetria dei due rami, tuttavia con la pratica raggiunsi buoni livelli.

A 10 anni i più fortunati possedevano un fucile ad aria compressa, in famiglia avevo tutti contro “nessun fucile in casa nostra” sentenziò Nonna Ester che da brava matriarca sapeva farsi rispettare a suon di sberloni dati con una lena di cui tutt'ora ho buona memoria.

Un ragazzo di due anni più grande di me possedeva un ottimo fucile a pallini ed una volta un ragazzetto di nove anni lo sfidò provocandolo, “ardòm se ta ma cèntret el cùl a cinquànto mèter, tanto ta sèt mìo bù”, seguì un accurata misurazione dei cinquanta metri, venne formata una giuria (di cui facevo parte), venne fatto mettere il ragazzino con le gambe divaricate e gli chiedemmo di mettersi formando un angolo retto per proteggere gli occhi e la faccia.

Finiti i preparativi e stimata la potenza del pallino (per motivi prudenziali venne scelto un pallino con la testa a fungo) si diede il via, io ero a due metri dal cecchino, il soffio dello sparo fu seguito dal pianto disperato del ragazzino, corremmo tutti a soccorrerlo, gli togliemmo in fretta i pantaloni, notammo che non erano danneggiati, ma il bollo rosso grande quanto una moneta da cinque lire non lasciava adito a dubbi,
culo centrato alla grande!

A dodici  anni l'ambizione estiva di noi ragazzi era di costruirci un rifugio fra le frasche per stare fra di noi a leggerci in santa pace fumetti assolutamente proibiti e raccontarci sogni e speranze.

In mancanza di boschi nel territorio del nostro comune, ci accontentavamo di rive dove gli alberi erano particolarmente fitti, tagliavamo dei rami a formare una stanza chiusa su tre lati, del tetto non ci importava nulla, purtroppo i contadini locali detestavano questi “casutì”per cui i nostri rifugi avevano vita breve.

A sedici anni il grande passo, la ricerca di una stanza dove creare un posto accogliente per suonare, ascoltare musica e leggere fra noi, amici da sempre.

Alla fine trovammo una cascina, il contadino ci subaffittò due stanzoni di dimensioni enormi, nella prima stanza c'era uno splendido soffitto a volte con gli archi che si raccordavano su di una colonna in marmo che era proprio al centro della stanza, un enorme camino in pietra era sulla parete di destra, la seconda stanza misurava almeno dodici metri di lunghezza e 6 di larghezza, era ingombra di bottiglie per la maggior parte rotte.

Impiegammo un mese a sgombrare la seconda stanza, pulirle, disinfettarle, fare gli impianti elettrici (ovviamente con la piattina) e pitturare il tutto di un bianco accecante.

I mobili arrivarono grazie ad una boutique in centro a Brescia che chiese ad un nostro amico di sgomberare un intero scantinato, in cambio avremmo potuto tenerci quanto volevamo, Il camion del padre di Guido fu provvidenziale.

Costruimmo così un angolo pranzo grazie ad una pedana che rialzava la zona con tavolo in formica ( coperto da una tovaglia coloratissima) e sei sedie impagliate, il mobilio era costituito dai ripiani per i vestiti che formavano cubicoli in cui presto si accumularono moltissimi numeri di Linus e Ciao 2001, due divani e due poltrone completavano l'arredamento.

Nella seconda stanza ci mettemmo un tavolo da ping pong che il nostro amico “Pelo” aveva realizzato con pazienza certosina utilizzando decine di piccoli pezzi di legno, il risultato era un tavolo regolamentare appoggiato su due ampi cavalletti così ben fatto che nessuno avrebbe potuto indovinare le sue umili origini.

Con “le stanze” organizzammo serate, nottate, i tour de force, musicali, arrivarono le prime ragazze, i codici da usare sulla finestra per non essere disturbati dagli amici (si divideva tutto fra noi, mai le ragazze), il vino ed il salame di un osteria vicina erano spesso il degno contorno delle serate.

Nel mese di maggio la luna spuntava proprio all'orizzonte dall'arco di ingresso del cascinale, mi piaceva prendere una poltrona che piazzavo in mezzo all'aia e stavo lì a seguirla nel suo percorso, fra il frinire dei grilli e lontani latrati di cani.

La cascina sparì dopo tre anni, ci separammo come rivoli d'acqua che corrono su di un parabrezza, ognuno a rincorrere ambizioni  sogni e speranze, un anno fa sono tornato ed ho trovato l'intero cascinale in uno stato di totale abbandono, tetti crollati, vetri rotti, una scena desolante.

Ad oggi sarà ristrutturato, dieci appartamentini al posto di quella splendida cascina, la vita è un continuo mutamento, a volte preferirei che i mutamenti fossero  IN MEGLIO...

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