venerdì 9 giugno 2017

IL RISVEGLIO!

Nacqui in una famiglia di tessitori, ero cresciuto fra tessuti sgargianti e gli odori forti dei prodotti per la tintura, la nostra famiglia aveva l'onore di rifornire il monastero più importante della nostra provincia ed io, figlio primogenito ebbi l'onore di tentare l'ingresso nel monastero.



A cinque anni venni condotto davanti alla porta del monastero e lì venni lasciato, vi ero stato condotto da mio padre, “vedi Galo, ti attende una vita complicata, di sacrifici, ma come ti aveva predetto il santone un anno fa, i sacrifici in questa vita ti porteranno grandi benefici nella prossima”, “Padre, ma io vivo già in una famiglia rispettabile, perchè devo sottopormi a privazioni e fatiche dato che sono nato nella tua rispettabile famiglia?”, mio padre si scurì in volto, l'avevo messo in difficoltà, mia madre non era voluta venire, non mi aveva neppure salutato quella mattina, il proprio dolore era grande ed incontrollabile, mio padre preferì non arrecarle ulteriore sofferenza, “Padre, se tu ritieni che entrare nel monastero sia una cosa saggia, io lo farò”.



Dopo un breve saluto venni lasciato davanti alla grande porta, in attesa di entrare, pensai, ma nessuno venne ad aprirmi, il sole illuminava le cime delle vette ed io non sapevo che fare, iniziai a giocare con dei sassi, ne feci un piccolo cumulo e poi tentai di colpirlo prima da venti passi, poi da trenta, appena finii di giocare iniziai a contare gli uccelli in cielo, il sole era ormai alto quando la porta si aprì ed apparve l'essere più spaventoso che avessi mai visto, un grasso monaco con la tunica sudicia mi afferrò per il bavero, “quale uccello avrà mai lasciato questo schizzo di merda davanti al sacro monastero?”, ribattei che mi chiamavo Galoon Dongstan e che la tunica che aveva così mal tenuto era opera della mia rispettabile famiglia.



Venni scaraventato a terra “vattene, non c'è posto per i figli dei commercianti e dei macellai”, con uno scatto tentai di intrufolarmi fra le grosse gambe del monaco, ma ricevetti un calcio che mi ribattè indietro. Mi sedetti davanti alla porta, e piansi tutte le lacrime di cui disponevo, pensavo a mia madre, a quest'ora a casa si serviva il riso dolce con il thè nero, oramai non potevo tornare indietro, avrei disonorato mio padre e la mia famiglia, sconsolato e molto pensieroso attesi così fino a sera, il freddo mi stava intorpidendo le dita delle mani e dei piedi, nessuno durante tutto il giorno era più uscito ed io mi ero convinto che non mi avrebbero potuto lasciare morire fuori dalla porta, poi la notte cadde velocemente ed io battei i denti talmente forte da pensare che si sarebbero rotti, poi mi colse il torpore e mi addormentai sapendo che chi si addormenta al freddo è destinato a morire in un ultimo barlume di consapevolezza sperai che mio padre alla notizia della mia morte avrebbe cessato le forniture delle vesti al monastero.



Aprii gli occhi davanti ad un braciere, “Buongiorno!” chi mi aveva apostrofato era una persona anziana che portava con grande dignità la veste color zafferano, “cinque anni e ti saresti lasciato morire pur di non fallire?”, con un filo di voce gli dissi che non potevo disonorare mio padre, “ nessun padre vorrebbe vedere morto il proprio figlio”, gli risposi che non sarebbe stato lui ad uccidermi, ma loro, il mio interlocutore aprì il viso ad un enorme sorriso “sei saggio, ed hai la ligua molto affilata, mangia qualcosa Gal, domattina avrai molte cose da fare”.



Mi svegliò il canto dei monaci, era ancora buio, un ragazzo della mia età mi disse di lavarmi e vestirmi in tutta fretta, mi avrebbe accompagnato alla lezione, ma prima dovevo assistere al sutra del cuore, feci il più in fretta possibile ed entrai nella grande stanza giusto per l'inizio, il monaco anziano che mi aveva accolto stava per iniziare.....




Immerso nella saggezza suprema davanti a monaci e Bodhisattva riuniti, Kannon (Avalokitesvara) Bodhisattva della compassione, risponde all'allievo Shariputra insegnando la dottrina del vuoto.

Oh Shariputra, la forma non è che vuoto, il vuoto non è che forma;
ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma;
lo stesso è per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza.
Tutte le cose sono vuote apparizioni, Shariputra.
Non sono nate, non sono distrutte, non sono macchiate, non sono pure;
non aumentano e non decrescono.
Perciò nella vacuità non c'è forma né sensazione, né percezione, né discriminazione, né coscienza;
Non ci sono occhi né orecchi, naso, lingua, corpo, mente;
Non ci sono forma né suono, odore, gusto, tatto, oggetti;
né c'è un regno del vedere,
e così via fino ad arrivare a nessun regno della coscienza;
non vi è conoscenza, né ignoranza,
né fine della conoscenza, né fine dell'ignoranza,
e così via fino ad arrivare a né vecchiaia né morte;
né estinzione di vecchiaia e morte;
non c'è sofferenza, karma, estinzione, via;
non c'è saggezza né realizzazione.
Dal momento che non si ha nulla da conseguire, si è un bodhisattva.
Poiché ci si è interamente affidati alla prajna paramita,
la mente non conosce ostacoli;
dal momento che la mente non conosce ostacoli
non si conosce la paura, si è oltre il pensiero illusorio,
e si raggiunge il Nirvana.
Poiché tutti i Buddha
del passato, del presente e del futuro
si affidano interamente alla prajna paramita, conseguono la suprema illuminazione.
Sappi dunque che la prajna paramita è il grande mantra,
il mantra più alto,
il mantra supremo e incomparabile,
capace di placare ogni sofferenza.
Ciò è vero.
Non è falso.
Perciò io recito il mantra della prajna paramita,
Che dice:
andate, andate, andate insieme all'altra sponda, completamente sull'altra sponda, benvenuto risveglio!



Ero stupito, quale era la condizione in tutto quello che conoscevo non esisteva?

I Sutra del Cuore mi era noto, ma oggi, mi poneva innanzi adomande che sapevo essermi già posto.



Venni condotto insieme a numerosi ragazzi a fare colazione, thè con burro di yak, poi a lezione.



Un giovane monaco mi chiese di definire il termine "impermanenza” ed io risposi “tutto, niente di quello che ci circonda è eterno neppure le grandi montagne”, mia madre mi aveva spiegato molte volte che se la vita è un continuo divenire tutto è decadimento e nulla è per più di qualche attimo, nasciamo e moriamo e così fanno gli animali e le cose, e solo noi, come spiriti siamo eterni, vita dopo vita nella condanna alla reincarnazione.



Il giovane monaco allora mi chiese come si potesse sfuggire alla condanna della reincarnazione, gli risposi che visto che mi era stato predetto che avrei avuto benefici nella prossima vita avrei voluto raggiungere tale stato la vita successiva; gli alunni scoppiarono a ridere, ma il giovane monaco andò su tutte le furie e così toccò a me pulire la grande sala in cui era stato recitato il Sutra del Cuore.



Mentre pulivo con attrezzi troppo grandi per un bimbo di cinque anni, il vecchio monaco che mi aveva accolto mi passò accanto e mi apostrofò “la tua lingua ha mietuto un altra vittima?” sorrisi a questa persona che mi ispirava una grande fiducia, “non volevo offendere nessuno, ho solo detto ciò che pensavo”, "ed è un pregio mio piccolo amico, ma io temo che tu sappia molto più di quanto mostri di sapere e certamente più di quanto possano far presupporre i tuoi cinque anni, vieni lascia le pulizie, dobbiamo parlare".



Fui un fiume in piena, si, il sutra del cuore lo sapevo a memoria, ma non perchè l'avessi imparato, lo sapevo e basta, come mi sembrava di conoscere il monastero ed anche chi avevo davanti, i ricordi affioravano ad ondate, sapevo chi fosse, come si chiamava, e sapevo che avremmo dovuto incontrarci lì ed allora.



Lacrime uscirono copiose dai miei occhi, erano lacrime di gioia, ero tornato a casa e stavo riprendendo un cammino troppo presto interrotto nella mia vita precedente ed avevo un vecchio amico che mi avrebbe guidato.



Replica di un manoscritto sanscrito su foglia di palma del 609 contenente il Sutra del Cuore


 Una parte del Sutra del Cuore dal film il piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci

lunedì 22 maggio 2017

DORMIVEGLIA

Un raggio di luce entra fra le persiane socchiuse, vi frappongo l'unghia del pollice della mano destra, mi pare di scolpire la luce, gli do forma, i raggi si scompongono.

Sono in un negozio di strumenti musicali, sto scegliendo una muta di corde in bronzo per sostituire quelle della mia chitarra acustica, mi consigliano le bronzo fosforo, ma io so che suonano male "di ferraglia”, il negoziante mi propone quelle con l'anima in nylon, ma se volessi suonare qualcosa di Neil Young non potrei, mi consiglia un ottima marca, ma non le vorrei su questa chitarra, le ho già montate sull'altra.....

Socchiudo gli occhi, i raggi di sole attraversano lo spazio fra le ciglia socchiuse ed esplodono in un mare di riflessi, muovo leggermente le palpebre ed i riflessi sulle ciglia cambiano direzione.....

Sono all'uscita di scuola, ho il mio tascapane militare a tracolla e tolgo la catena che blocca le ruote al mio Garelli, oggi non volevo vedere nessuno, la dama bionda si era messa con Francesco ed io ero incazzato nero, non volevo essere amato da una donna che amava anche un altro, inforco il motorino e vado per via Vittorio Veneto diretto a casa...

Chiudo pollice ed indice e provo a catturare un raggio di sole, socchiudendo gli occhi mi sembra di vedere spazio nonostante le dita si tocchino fra loro, e lì in mezzo un raggio di sole unico, singolo si intrufola e viene catturato.

Sto pagando il pranzo di nozze, a dire il vero lo sta pagando mio padre, mia suocera sta rompendo le palle ai gestori del ristorante perchè deve pagare solo nove persone, gli altri sei non sono venuti e poi due hanno mangiato solo il primo, io e mio padre ci guardiamo, dico gentilmente alla signora che copro io l'importo con l'anticipo dato perchè tanto resto sempre lo stesso e trecentomila lire non mi cambiano la vita, la suocera se ne va a sparlare di me con gli invitati.

Doni mi sta passando davanti, quando mi passa davanti mena sempre il culo in maniera esagerata, glielo faccio notare e lei fa la colombella candida, mi dice che cammina così e non può farci nulla, ma la sera stessa si mostra per quello che è, una pantera con una fame arretrata incredibile....

Mi fa male la spalla, mi giro, non c'è più il sole, sono sveglio, devo alzarmi, devo fare, devo uscire, devo devo devo, ma non vorrei o meglio vorrei altre cose, riparare alle cose sbagliate che ho fatto, non fare errori che ho commesso, ma il tempo ha coperto tutto con un velo di fuliggine bastarda che copre le forme, ma lascia trapelare il rimorso.

 Santuario de La Stella  appena sotto uno dei luoghi descriti nel post......

martedì 9 maggio 2017

SARDINE!

 Da "il giornale del Garda"

 ....In primavera inoltrata la sarda o agone o, più scientificamente, l’Alosa fallax, si porta in acque più basse per deporre le uova e per riprodursi. Il mese di giugno è un momento propizio per pescare e per questo esistono regole ben definite.....

 Per chi abita intorno al lago di Garda è cosa nota che il periodo in cui le sardine (le chiamiamo così dalla notte dei tempi) vanno in frega è momento di frenesia assoluta anche per i pescatori gardesani.

Per qualche motivo questo pesce  nel nostro lago raggiunge dimensioni ragguardevoli (ne ho catturata una di oltre tre etti e la cosa non è un affatto rara) e ben maggiori di quelle pescate nel Sebino o negli altri laghi lombardi.

Sembra che derivi da una specie marina rimasta intrappolata nei laghi subalpini e che si è prontamente adattata alle acque dolci e la cosa non pare smentita dai recenti test sul DNA.

Voglio scrivere però di una battuta di pesca in particolare, che nei gaudenti anni ottanta ho condotto in compagnia di tre miei colleghi di lavoro, il ricordo è talmente vivo che mi pare il tutto sia avvenuto giusto ieri sera; Guliano aveva una barchetta in resina di quattro metri a Moniga e noi quattro abbiamo pianificato tutto con una settimana di anticipo, uscita dalla ditta alle 17:30 raggiungiamo in auto il camping dove Giuliano aveva aprcheggiato roulotte con veranda e barca, rapida messa in acqua ed alle 18 e 20 siamo già lontano dalla riva, ora per chi capisce di pesca è risaputo che all'inizio di Giugno le sardine non abboccano quasi mai prima delle ore 20, a tarda primavera abbandonano i fondali profondi ed in serata si avvicinano in grandi banchi (in dialetto bresciano chiamati ròs) alla riva.

Tentiamo lo stesso cercando qua e là, ma pescare in quatttro in una barca così piccola crea subito un incidente, io e Giuliano lanciamo contemporaneamente, scontro di canne e la sua si spezza a metà, io ho portato una canna di scorta e gliela presto prontamente, ritentiamo senza successo per una ventina di minuti poi Giuliano aggancia qualcosa, la canna si piega vistosamente "che càno de fìgo" il commento poco lusinghiero sulla mia cannettina in fibra di vetro, ma con nostra sorpresa Giuliano non ha allamato sardine, ma un grosso cavedano da oltre un chilo preso per la pancia con un amino della camolera (lunga amettiera a cinque ami con esche finte che si usa per la pesca alla sardina), prendiamo tutti in giro il collega per il culo pazzesco e per la battuta sulla mia canna da pesca.

Cambiamo zona, e verso le 20 iniziamo a catturare sardine, prima una, due, poi abboccate a tre per volta, ne cattruiamo un centinaio in un ora poi più nessuna abboccata, Giuliano accende il motore e sposta la barca in cerca di un altro "ròs", ma visto che è di buon umore inizia a fare evoluzioni con la barca. il motore da trentacinque cavalli ha una potenza esuberante per l'imbarcazione e vira a destra vira a sinistra veniamo sballottati come manichini, Piero gentilmente fa notare a Giuliano che non è il caso di far cadere il motore in acqua, la risposta arrivò fulminante "la barco l'è la mè e fò chèl càso che gà nò òio", penso che non ci sia bisogno di traduzione, sta di fatto che la frase di Giuliano ci portò una sfiga mica da ridere, dopo l'ennesima evoluzione il motore si staccò dal supporto e cadde in acqua, fortuna volle che fosse assicurato da una catena e prontamente ripescato venne rimesso al proprio posto, ma tutti i tentativi di riaccenderlo furono del tutto vani.


Ad un buon miglio dalla riva e con le prime luci che punteggiavano l'orizzonte decidemmo di darci da fare, inforcate con le mani le ciabatte improvvisammo un quattro con (motore spento) e trovato, non senza qualche imprecazione, un discreto sincronismo pagaiammo verso la riva.

Ci volle un oretta buona e fummo certamente favoriti da una leggera brezza che spirava verso riva ed in vista del molo del camping ci rendemmo conto che la nostra disavventura era stata notata da numerosi campeggiatori che dal molo ci stavano inelegantemente prendendo per i fondelli fornendoci il tempo della pagaiata con dei potenti "Vooogà  Vooogà".

Riportammo la barca in secca, scaricammo sardine ed attrezzature e decidemmo di finire la serata con una cena nel vicino ristorante.

La mattina dopo entrai in ditta alle otto in punto ma incredibilmente tutti sapevano già della nostra disavventura.....

Dopo questa uscita ne seguirono altre, una memorabile, non meno di duecento sardine finirono nel contenitore in meno di un ora e mezza.

Imparai a cucinarle alla brace con una salsina di capperi e rosmarino tritati, sale ed olio che esalta alla grande la carne saporita di questo pesce.

Giuliano l'anno dopo se ne andò dall'azienda ed io non andai più a pesca di sardine, un mio cliente appassionato di pesca sta acquistando una casetta in un residence A Toscolano ed ha già prenotato il posto barca, mi ha promesso di portarmi a pescare sia a traina (una pesca dove sul Garda si possono catturare pesci di taglia notevole, trote, lucci e cavedani ben oiltre i cinque chili)  che con la canna per le classiche "sardinate".

Spero mantenga la promessa....

Cliccate sull'immagine per ingrandirla

La penisola di Sirmione ed  Il Monte Baldo visti dal porto di Rivoltella, frazione di Desenzano del Garda; le secche della penisola di Sirmione sono da sempre un ottimo sito per la cattrua delle sardine e dei grandi predatori che le cacciano.





sabato 29 aprile 2017

IL TEMPO


 












Il tempo ed il suo scorrere sono un fatto che diamo troppo spesso per scontato, tuttavia se ci si ferma a riflettere è facile giungere alla conclusione che in effetti di tempo non ne abbiamo una scorta illimitata, la fine della vita (di un corpo) è inesorabilmente una scadenza che fa si che il nostro tempo abbia un termine, se lo paragonassimo ad una goccia che cade ad intervalli regolari si potrebbe dire che all'inizio di questa vita ne disponiamo un intera botte, poi via via una damigiana, una bottiglia e poi le poche gocce che cadono da una pipetta in vetro.



Eppure il tempo in termini assoluti non è sempre stato come lo percepiamo ora, all'inizio di questo universo il tempo scorreva in due sensi, difficile concepirlo ora, ma la fisica teorica l'ha stabilito inequivocabilmente fin dagli anni cinquanta.


Cosa abbia interrotto il flusso bidirezionale è fuori dalla portata della ricerca, per capirlo bisognerebbe chiedere aiuto alla filosofia.


Penso che la fine del proprio tempo, la morte del proprio corpo, non dia senso alla vita, non amo sentir parlare della morte come di un termine ultimo che dà significato alla vita, la morte è “non vita”.


Quando muore una pianta che si è accudito per anni e che ti ha nutrito con i suoi frutti in cambio di amore ed attenzione, perdi inesorabilmente qualcosa, e benchè io sia certo che un essere quale spirito migri da corpo in corpo al momento della nascita, vedo la morte come un ostacolo, un termine indesiderabile, una sbarra del telepass che si schianta sul parabrezza delle proprie relazioni, dei propri amori, dei propri amici.



Eppure mio padre ricordava altre vite, quando si ammalò ed era ormai certo gli rimanessero poche gocce in un bicchiere vuoto e sentiva il rammarico di non poter star vicino alla moglie malata ed a noi, figli per cui aveva mostrato sempre un amore immenso, bastò fargli chiudere gli occhi e farlo tornare alla vita precedente, quando giocava da bimbo per le strade di Gubbio nella sua amata Toscana per fargli tornare il sorriso.


Ma anche in una nuova vita il tempo tornerà sempre a scandire i nostri giorni, a rubare gli affetti, ad essere scadenza e distruttore insieme ed ancora ancora ed ancora.


Questa è stata la condanna che ha spinto il giovane principe Siddhartha a cercare la condizione in cui non si patisse la compulsione a reincarnarsi.

Da essere, da spirito, il tempo non ha armi contro di te, anzi l'esperienza renderebbe sempre più saggi.


Meglio ancora sarebbe mantenere la propria memoria, il proprio sapere da corpo in corpo e diventare, questa volta si, immune dal tempo e dai propri artigli.


Se questo universo è nato da una CAUSA, il cui unico scopo era la creazione di un EFFETTO, come affermano i VEDA, antichi testi in sanscrito, la cruna dell'ago da cui dovremo passare sarà ancora la ricerca filosofica, la scoperta della causa che c'è in noi ora sommersa da cose non nostre che oscurano la nostra vera essenza.


 I Veda sono un’antichissima raccolta in sanscrito vedico di testi sacri dei popoli arii che invasero intorno al XX secolo a.C. l’India settentrionale.

lunedì 17 aprile 2017

NUVOLE

Un omaggio fotografico allo splendido autore che fu Fabrizio De Andrè.

NUVOLE Fabrizio De Andrè

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell'airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vengono
Vanno
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.


LINK:

NUVOLE, La poesia che apre l'album omonimo di Faber 

E L'ALBUM COMPLETO DA GUSTARE..... 





Scatti eseguiti sul Garda fra Moniga e Padenghe.oggi, giorno di Pasquetta 2017..... 
Cliccateci sopra  per inbgrandirle....

martedì 11 aprile 2017

CAMPIANI.....



Orchis Simia

C'è un insieme di colline comprese fra il territorio dei comuni bresciani Collebeato, Cellatica e Gussago, giusto alle porte della città, che gode di un microclima particolare e che custodisce un incredibile varietà di fiori e piante.
In particolare vi fioriscono decine di orchidee selvatiche.

Da anni fotografo i vari esemplari che crescono intorno a casa, sulle colline moreniche intorno al lago di Garda, e sui monti vicini, come il Monte Magno, oppure a ridosso del lago, nel parco del Sasso a Manerba del Garda. (vedi post  IL RITO il pellegrinaggio).

Da tre anni grazie all'amico Giorgio, grande camminatore ed appassionato fotografo naturalista, ho incluso le colline intorno a Brescia fra le mie mete fotografiche.

Domenica scorsa ho effettuato un uscita con la mia adorata compagna di una vita e nonostante la scarsità di precipitazioni di quest'inverno la fioritura c'è stata ed ha dato discreti frutti.

Di seguito il Link di una mia galleria all'interno del contenitore Juza (uno dei più grandi contenitori fotografici dell'intero web), inutile dire che l'ho chiamata "Campiani" ed ovviamente vi ho messo gli scatti effettuati Domenica scorsa...

Buona visione...

Campiani 

PS sto fotografando le orchidee selvatiche per la loro straordinaria bellezza e perchè temo che difficilmente i nostri pronipoti potranno vederle con la facilità con ui le si vede oggi, il mutamento climatico sta facendo saltare intere fioriture di alcune specie, permettetemi di affermare che questo è decisamente un brutto segno.

martedì 4 aprile 2017

La banda del castèl ("prequel" de "la luna e la vecchia cascina")

"Te li avrei reastituiti!" Urlava Piero con tutto il fiato che aveva in gola, "zitto!" gli intimò la madre menandogli uno sberlone mica da ridere, "no no no te lo giuro!, te li avrei ridati!", un altro sberlone inerruppe l'accorata professione di buona fede e di risarcimento.

Piero questa volta l'aveva fatta grossa, io avevo sette anni e sbirciavo la scena da dietro l'angolo della casa del Muto, un falegname maestro nel fare sedie, tavoli e modellare qualsiasi forma con la gommapiuma, un artista insolito e ahimè per lui, silenzioso; 

Piero aveva rubato cinquemila lire dal borsellino della madre ed era poi corso da Maria de bè (un bazar di dolciumi, bevande improbabili, giocattoli, figurine dei calciatori, biglie, bambole, kit per fabbricare collanine, vicino al convento delle suore Canossiane), ad acquistare quindici pistole dei rengers (tutte in metallo) ed un mare di "calpis",cartucce esplosive per caricare le pistole giocattolo, ma Piero aveva sottovalutato Maria de bè, la quale si era rifiutata di vendergli le pistole e gli aveva chiesto di mostrargli i soldi per vedere se erano "buoni", una volta presi li aveva tenuti ed era andata dalla madre per chiederle se era al corrente delle spese folli del figlio.....

L'epilogo del dramma erano i sonori ceffoni che noi compagni di gioco di Piero stavamo udendo ben nascosti in fondo alla via.

Piero era un generoso, voleva acquistare le pistole per regolarizzare il nostro status di "banda"e farci entrare nel vortice di feroci duelli ed agguati in sella ai nostri destrieri a due ruote correndo per le vie del "castello" (vedi il link del post in cui ho spiegato origini e forma del "castello" ESTATI).

Cinquemila lire nel lontano 1967 era un discreto gruzzolo, ci si poteva acquistare il cibo per una settimana di una famiglia di quattro persone, una pistola costava centocinquanta lire, ma la madre di Piero nel borsellino aveva solo la banconota grossa e da qui nacquero i problemi del generoso (e decisamente incauto) ragazzo, il bandito del castello....

Il giorno dopo ci si ritrovò tutti insieme e Piero aveva ancora gli occhi  lucidi perchè il padre la sera precedente, al ritorno dal lavoro, ricevuta una minuziosa e dettagliatissima relazione dell'accaduto, gli aveva fatto un "richiamino" a suon di sculaccioni, "non saremo mai una vera banda" commentò sconsolato il generoso Piero, decidemmo di ripiegare su qualcosa di meno costoso, manici di scopa, mollette del bucato ed elastici fatti con le camere d'aria malmesse delle biciclette.

Procurarsi i manici di scopa non era un problema, Cocòl, la ferramenta a pochi passi dal castello li vendeva per pochi spiccioli, le mollette furono rubate dagli stendibiancheria sparsi un po' dappertutto, si scelsero quelle in legno ed il più nuove possibile, il montaggio era semplice, si smontava la molletta, la parte con la molla la sifissava con un chiodo corto ma a testa larga , poi sulla metà piatta del (mezzo) manico si metteva un altro chiodo, con la testa piccola, una volta rimontata la molletta per panni si prendeva un elastico, in realtà composto da molte sezioni di camera d'aria larghe circa un centimetro ed annodate fra loro fino ad ottenere un "elasticone" lungo venti centimetri, si inforcava sul chiodo in cima all'attrezzo il primo anello dell'elastico e l'ultimo lo si bloccava fra le ganasce della molletta per panni, ora pomposamente rinominata "grilletto".

Purtroppo le mollette avevano una tenuta scarsa per cui si preferiva tirare l'elastico con un dito e lanciarlo con maggior forza possibile.

Ognuno di noi distribuì e fu oggetto di numerose "elasticate" senza danni particolari se non al proprio orgoglio di pistolero.

L'estate se ne andò a colpi di elastico e di tutti i giochi possibili ed immaginabili, verso la fine di Agosto mia madre decise di farmi come regalo un "arma"ad elastici a forma di fucile realizzato da  Ezio, l'altro falegname il cui laboratorio era anch'esso in castello.

Ma ormai ero pronto per l'iniziazione, presto sarei passato ad un
arma vera, la cerbottana e poi la fionda......

Qui il seguito....

LA LUNA E LA VECCHIA CASCINA



 Una forma evoluta del fucile della banda del castèl....